Mi riferisco alla Guida delle vie e dei misteri della Bahia di Tutti-i-Santi scritta da Jorge Amado, autore baiano per chi ancora non lo conoscesse.

   Non è il primo libro di Amado che leggo. Da Il Paese del carnevale in poi, ne ho letti tanti, sempre con lo stesso piacere, accecata di luce, inebriata dagli odori, ubriaca di musica, di voci, affascinata da un’umanità insieme placida ed esuberante, straripante come i grandi fiumi che vanno verso il mare. E poi, per ultimo, ho letto questo. Titolo originale Bahia de Todos os Santos. Guia de ruas e mistérios e mi sono chiesta quale sarebbe stato il mio sguardo su quest’angolo di mondo, se lo avessi letto per primo.

   La guida è stata pubblicata per la prima volta nel 1945, per poi essere riveduta e riscritta nel corso degli anni. Ed è esattamente questa la sensazione provata già dalle prime righe: un senso di incompiutezza. Un esempio: stiamo parlando dell’edizione 2012, e si specifica che si tratta della prima edizione con postfazione di Paloma Amado, la figlia dello scrittore morto nel 2001. Il testo inizia con una “nota alla 40.a edizione”, firmata dall’autore e datata marzo 1986. Non so voi, ma questa altalena di date mi prende in contropiede, mi lascia “fluttuante”. 

   In quella nota del 1986, l’autore in persona ci spiega che questa sua opera fu inizialmente scritta nel 1944, quando la città, che ancora si chiamava Bahia, contava un po’ più di 300.000 abitanti ed era “tranquilla, dolce, bella e unica”; quarant’anni più tardi, col nome di Salvador si è fatta “metropoli rumorosa, movimentata, turbolente, la cui fondamentale dolcezza è inframmezzata da violenza”. Chissà oggi cosa scriverebbe, allorché sono trascorsi altri 30 anni, e che la violenza ha fatto un bel pezzo di strada … anche se ancora inframmezzata da dolcezza. 

   Intendiamoci, il testo è un pozzo d’informazioni su luoghi, monumenti, tradizioni, artisti, scrittori, musicisti, madri di santo guide spirituali delle comunità del candomblé e molto altro… ma non ho ritrovato il mio mondo magico. Più di una volta mi è sembrato di percepire le riscritture del tempo, come se l’autore non avesse avuto il tempo – o non avesse ritenuto necessario – di rileggere quanto scritto nel passato e quanto aggiunto in seguito.

   Ho tradotto il capitolo dedicato al mese di giugno, che in Brasile è sinonimo di Nordest. Giugno è il mese “nordestino”, e tanti sono i brasiliani che lasciano le città per festeggiare la San Giovanni nei loro villaggi d’origine. In quelle righe si ritrovano tutti gli ingredienti delle feste nordestine, ripetuti una, due, tre volte. Esercizio di stile dell’autore? Che egli abbia voluto in realtà riproporci le tredecine di sant’Antonio e le novene di san Pietro?

Lo avrete capito: non mi è piaciuto lo stile di Bahia, ma non dimentico che Amado non ha nemmeno 20 anni quando, nel 1931, pubblica Il Paese del carnevale, primo atto di una pièce che mette in scena la Bahia; e che per 70 anni, non si stancherà di dare vita e voce a personaggi straordinari d’umanità; ci racconterà la saga delle grandi famiglie dell’entroterra e capiremo la storia di una riforma agraria sempre promessa. Ci dirà della nascita di una società variopinta e diseguale, per finalmente trascinarci nel realismo magico di Gabriella, di Dona Flor, di Teresa Battista, di Tieta de Agreste, di Santa Barbara dei Fulmini*, donne, sante, divinità, forti, vive, che prendono in mano le propria vita … e spesso anche quella degli altri. Se volete leggere Jorge Amado, i titoli non mancano, avrete l’imbarazzo della scelta. 

Il mese di giugno (estratto)
   La San Giovanni è per noi, Baiani, ciò che il Natale è per gli Europei. Ma giugno non è soltanto il mese di san Giovanni. È anche quello di sant’Antonio, patrono delle ragazze in cerca di marito, o quello di san Pietro, patrono delle vedove (“le vedove sono il sesso più pericolo che esista” mi spiegò un giorno l’esperto Carlinhos Mascarenhas).
   Giugno è il mese del grano turco. È lui che regna incontrastato sulle commemorazioni dei santi patroni. Insieme ai falò e alle lanterne volanti, il grano turco è presente tutto il mese. Grano turco e arance, le celebri arance della Bahia, succose, gli ombelichi enormi. Più grande è l’ombelico, più sottile è la buccia, migliore è l’arancia, dice il popolo. Grano turco delle canjicas*, dei mugunzás*, dei manuês *, degli  acaçás*, gran turco cotto nelle braci, pop-corn, grano turco lesso, servito col caffè. Pamonhas* e dolci. Dolci avvolti nelle foglie crespe del grano turco. Giugno è il suo mese, il periodo in cui si mangia meglio in città (fatta eccezione per il digiuno della settimana Santa, naturalmente). La canjicasquisita, la deliziosa pamonha*i manuês* saporiti. E il liquore di jenipa che accompagna il tutto.

   In giugno, il cielo di Bahia ha migliaia di stelle nuove. Sono le lanterne volanti che, nonostante i rinnovati divieti, spuntano al di sopra dei tetti e fanno rotta verso il mare. I Capitani della Spiaggia (1) lasciano da parte tutte le loro faccende per raccogliere le lanterne che si sono spente in cielo e che, perse, scendono senza meta sopra le case. È una caccia allegra e piena di peripezie. Rombano i razzi, i ragazzi assordano le orecchie altrui con mortaretti, botti e petardi. I falò si accendono davanti alle case più devote. Sono quasi completamente spariti dal centro della città. Ah! Ma se abitate in un quartiere lontano, come a Peri-Peri ad esempio, e che davanti alla vostra casa non c’è falò nella notte della San Giovanni, sarete sicuramente guardati con sospetto dagli abitanti del posto, dai vostri vicini, siano operai delle Ferrovie, siano piccoli borghesi sparpagliati in periferia dalla crisi degli alloggi. I falò s’innalzano, la terra sembra avvolta in una strana luce rossa, colma di suggestione e di mistero.
   Dal 1° al 13 del mese, in centinaia e centinaia di case, si recitano le tredicine a sant’Antonio: un altare improvvisato nel soggiorno, due ceri ai piedi del santo, e la donna a condurre le litanie. Ragazze povere, vestite modestamente, ragazzi che stanno a sbirciare. Si scambiano occhiate durante la preghiera. Ma i musicisti, amici di casa, sono già là vicino, aspettando che finisca il culto. Dopo la preghiera, spuntano la chitarra e il cavaquinho (ukulele) (2), il flauto e l’armonica e davanti all’altare le coppie danzano, gli innamorati ridono. In piccoli bicchieri a stelo si serve il liquore di genipa.

   Giugno è il mese delle feste tra amici, tante feste, che si susseguono nelle strade, in quasi tutte le case, nei quartieri poveri. È il mese più allegro della città.
Il 13 è la festa di san Antonio. Le preghiere sono più lunghe, la sala più decorata (quasi sempre banderuole di carta), anche il ballo dura tutta la notte. Scorre la genipa, si mangia la canjica, i primi fuochi si accendono. Nei candomblé(3) si festeggia Ogum(4).

   Poi ci sono le novene a san Giovanni e subito siamo alla vigilia, che è il giorno della grande festa. Nei numerosi falò, si cuociono alla brace pezzi di canna da zucchero, patate, pannocchie. Gli innamorati saltano sopra i carboni ardenti.
–  
Mi sa che saremo compari …
   Le mani si stringono teneramente, gli occhi s’incontrano. I ragazzini si bruciano le dita, i fuochi squarciano la notte. Ci sono ragazze che mettono fuori bacinelle piene d’acqua per scrutarvi, alla mezzanotte, il viso del futuro fidanzato. Giochi di società, indovinelli, piccoli balli in famiglia, tanti piatti a base di grano turco, tanti dolci, tante arance, tanto liquore di genipa.
   Le feste di giugno sono per tutti, vecchi, adulti e bambini. Cibo, danze e falò, devozione e allegria, superstizione e poesia.

   San Pietro è il santo delle vedove. Sono loro che fanno dire le novene, sono loro che commemorano il 29. E giugno ci saluta. La canjica, manuês, i petardi e l’allegria andranno avanti fino al Due Luglio, data dell’indipendenza della Bahia.
   Il grano turco regna incontrastato su tutte le feste, il suo sapore segna il mese di giugno, con le pannocchie accatastate nelle cucine all’antica, con le grandi stufe in terracotta. Giugno è il mese baiano per eccellenza. In mille piccole feste, in centinaia di falò, in migliaia di lanterne volanti si dispiega la città che, in quel mese, diventa scenario per le fiabe, per le storie per bambini, per le filastrocche innocenti. Come quelle che si cantano nelle novene e tredicine e nei balli improvvisati ogni giorno. C’è gente che balla dal primo all’ultimo giorno del mese.
Ma al di là di tutto e tutti, al di là delle lanterne volanti, dei falò, della canjica, al di là delle novene, delle tredicine, dei festeggiamenti, al di là del liquore di 
genipa e dei giochi di società, al di là delle litanie ingenue e dei fidanzati intravisti nell’acqua ferma nelle bacinelle, al di là dei santi di giugno, si compie la raccolta del grano turco, che cresce nei campi vicini. Giugno è il mese del grano turco.

* desserts a base di grano turco di diversi colori – farina o chicchi – cotti in acqua o latte di vacca o latte di cocco con varie spezie, soprattutto cannella.
(1) Jorge Amado, Capitani della spiaggia, trad. E. Grechi, Nuova biblioteca Garzanti, 2007
titolo originale Capitães da Areia –  – 1.a edizione 1937
(2) piccolo strumento musicale a 4 corde
(3) candomblé: sottinteso “terreiro”, comunità religiosa afro-brasiliana, in quanto luogo fisico e spirituale.
(4) Ogum: nel candomblé, divinità del ferro, pertanto protettore, tra l’altro, dei guerrieri e dei fabbri; nel sincretismo con il cattolicesimo s’identifica con san Giorgio.
** vedere articolo Iansã

 

 

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