L’eco di quella voce non si è spento. Chiama ai quattro angoli della terra.
È il 1949, quando Noémia de Sousa, mozambicana, poetessa simbolo della resistenza ai colonizzatori – portoghesi in questo caso – scrive Nossa Voz (La nostra voce), uno dei 46 poemi che compongono la sua produzione letteraria, scritta tutta tra il 1948 e il 1951, periodo durante il quale collabora con il Brado Africano, giornale militante.

   Questi poemi sono sparsi in giornali e reviste e si dovrà attendere il 2001, perché l’autrice ne autorizzi la pubblicazione a cura dell’Associazione degli Scrittori Mozambicani, con il titolo Sangue Negro. Un atto che testimonia l’affetto e l’ammirazione di questi scrittori – tra cui Mia Couto, uomo di lettere mozambicano a noi noto – nei confronti di quella che considerano l’antesignana della letteratura mozambicana e il simbolo della negritudine.

      Leggendo la poesia di Noémia de Sousa, si percepisce, dal primo istante, che non abbiamo a che fare con un’opera letteraria fine a se stessa – lo prova il fatto che lei non tenterà mai di pubblicare i propri scritti. La finalità del mezzo poetico, nel caso specifico, è la protesta, è la denuncia della condizione insopportabile vissuta nei territori colonizzati. La situazione peggiorerà, poi, con l’ascesa al potere di Salazar, nel 1933. In un clima di segregazione razziale, ove la maggioranza dei coloni considera gli indigeni come esseri inferiori, la poesia appare come presa di coscienza, come affermazione dell’identità negata dai bianchi. La voce che giunge fino all’ultimo fratello, la voce che sovrasta l’egoismo bianco, è una chiamata alla riscossa, è l’affermarsi non soltanto di un popolo ma della negritudine intera.

Questa poesia costerà l’esilio a Noémia de Sousa, che dovrà lasciare il suo paese. Vivrà a Lisbona dal 1951 al 1964, ma il regime di Salazar non le darà tregua e dovrà rimettersi in cammino. Sarà la volta di Parigi. È l’epoca in cui non era raro vedere arrivare, nelle famiglie portoghesi stabilite da tempo in Francia, giovani uomini, in età di prestare servizio militare. Erano giovani portoghesi che rifiutavano di andare a combattere in Africa una guerra coloniale. Erano nipoti, che gli zii emigrati in Francia, accoglievano. Soltanto nel 1973, Noémia de Sousa tornerà in Portogallo per lavorare alla Reuters. Dopo 33 anni di esilio, tornerà là dov’era nata il 20 settembre 1926, quando la capitale ancora si chiamava Lourenço Marques. Ritroverà Maputo, nome col quale fu ribattezzata la città con l’avvento dell’indipendenza. Morirà a Cascais, in Portogallo, il 4 dicembre 2002.

   Due nuove edizioni di Sangue Negro sono state pubblicate ultimamente in paesi diversi. Purtroppo non sono riuscita a trovare una traduzione/pubblicazione italiana. Se ne siete a conoscenza, provvederò ad integrare il testo.

   Nel frattempo, potete scoprire l’edizione brasiliana. In effetti, nel 2016, l’Editora Kapulana di São Paulo (Brasile) ha lanciato la prima edizione brasiliana di Sangue Negro, con illustrazioni di Mariana Fujisawa e una bella prefazione di Carmen Lucia Tindó Secco dell’Università Federale di Rio de Janeiro QUI.

   Nel marzo 2017, le éditions isabelle sauvage hanno pubblicato la raccolta di poesie di Noémia de Sousa, tradotte in francese da Elisabeth Monteiro Rodrigues, col titolo Notre voix. QUI il sito della raffinata Casa Editrice francese.

   Non conoscevo la voce di Carolina Noémia Abranches de Sousa Soares, vero nome di Noémia de Sousa. L’ho scoperta – come spesso accade – grazie alla rivista letteraria di Angèle Paoli, Terres de Femmes

La nostra voce
La nostra voce si è alzata barbara e consapevole
sopra il bianco egoismo degli uomini

sopra l’indifferenza assassina di tutti.
La nostra voce bagnata dalla rugiada del sertão (1)

la nostra voce ardente come il sole durante la secca (2)
la nostra voce tam-tam che chiama

la nostra voce lancia di Maguiguana (3)
la nostra voce, Fratello,
la nostra voce ha trafitto l’atmosfera conformista della città
e l’ha rivoluzionata
l’ha spazzata via con un ciclone di conoscenza.

E ha risvegliato rimorsi dagli occhi gialli di iena
e fatto venire sudori freddi ai condannati
e acceso luci di speranza nell’anima buia dei disperati…
La nostra voce, Fratello,
la nostra voce tam-tam che chiama.

La nostra voce luna piena nella notte oscura della disperazione
la nostra voce faro nel mare in tempesta
la nostra voce che sega le sbarre, le sbarre secolari,
la nostra voce, Fratello! la nostra voce migliaia,
la nostra voce milioni di voci gridando giustizia! […]

(traduzione personale)

Nossa voz ergueu-se consciente e bárbara
sobre o branco egoísmo dos homens
sobre a indiferença assassina de todos.
Nossa voz molhada das cacimbadas do sertão
nossa voz ardente como o sol das malangas
nossa voz atabaque chamando

nossa voz lança de Maguiguana
nossa voz, Irmão,
nossa voz trespassou a atmosfera conformista da cidade
e revolucionou-a
arrastou-a como um ciclone de conhecimento.

E acordou remorsos de olhos amarelos de hiena
e fez escorrer suores frios de condenados
e acendeu luzes de esperança em almas sombrias de desesperados…
Nossa voz, Irmão!
nossa voz atabaque chamando.

Nossa voz lua cheia em noite escura de desesperança
nossa voz farol em mar de tempestade
nossa voz limando grades, grades seculares
nossa voz, Irmão! nossa voz milhares,
nossa voz milhões de vozes clamando! […]

***

(1) Sertão: regione dell’interno, poco abitata e spesso incolta.

(2) Segnalo la ricerca, particolarmente documentata e estremamente utile per rimettere alcune parole nel loro contesto e comprenderne appieno il senso. 
Armindo Ngunga e Madalena Cítia Simbine, intitolata Gramática descritiva da Língua Changana, pubblicata nella Colecção AS NOSSAS LÍNGUAS V
Centro de Estudos Africanos (CEA) – UEM
Maputo 2012 (Mozambico)

(3) Maguiguana: famoso capo militare, figura importante nella lotta contro i Portoghesi.

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