La vita è come scolpire, bisogna togliere per vedere”.
Erto, 23 agosto 2016

   È una giornata soleggiata a Erto, quel 23 agosto. Mauro Corona è seduto alla terrazza del caffè. Non è solo. È attorniato da familiari, da conoscenti, da villeggianti chiedendo un autografo, che lui concede senza stizza, nonostante la fama di Uomo Selvatico che lo accompagna e della quale, a volte, sembra compiacersi.

La voce degli uomini freddi
La voce degli uomini freddi

   L’Uomo Selvatico lo incontro nel suo romanzo La voce degli uomini freddi, che inizio a leggere all’ombra dei Monti Pallidi, ma lo finirò lontano da qui. Madida di sudore, i sensi in apnea nell’umidità tropicale, fiuterò ancora l’aria viva dei monti, negli occhi la luce cristallina di quelle valli.

Quando dico umidità
Quando dico umidità

   Così è sempre stato con i racconti di Mauro Corona, sempre letti in altri lidi, per mantenere viva “l’aria di casa” e lasciarmi pervadere dal pensiero rassicurante “Conosco questi luoghi e così i miei antenati prima di me“.

   Dovessi riassumere la mia lettura in poche parole, sceglierei quel detto popolare che sentivo spesso nella bocca dei vecchi ardennesi (che s’intendevano di alberi pure loro): Pour vivre heureux, vivons cachés, ossia Se vuoi vivere felice, vivi nascosto.

In cosa consiste la felicità? Lo scrittore ce ne regala il segreto a pagina 94: “Lassù si erano liberati dal desiderio di felicità e perfino della speranza, perciò vivevano in pace e tranquilli…”
Zen … fino ad un certo punto, perché prosegue, a pagina 121, con la vis polemica che lo contraddistingue:
“… la gente della terra estrema imparò quel che era Dio e soprattutto quel che non era. A tal punto che non vollero più nessun tirapiedi. Per il loro bene, cominciarono a mandarli via e passarsi la voce, di nonno in padre e di padre in figlio, il mistero della fede … Modificarono un Dio che non gli garbava del tutto. Quello che andava bene a loro non castigava né mandava all’inferno, né spaventava nessuno. Era buono, non s’impicciava e loro non gli chiedevano niente. Nè miracoli, né una grazia, né benessere, né salute e nemmeno il paradiso…..”

   Si capisce, d’emblée, che aria tira in Valcellina: Menocchio non è morto.

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   Prendo spunto da quel “tirapiedi”, ossia in linguaggio politicamente corretto “ministro del culto”, per soffermarmi su un aspetto interessante, a mio parere, della scrittura di Corona, tanto più evidente in questo romanzo, che ci racconta di una comunità trincerata in quella “terra estrema”, che fugge dal “progresso” delle terre di pianura come dalla peste. Quella comunità parla un’altra lingua, diversa nei suoi valori.

   Ed è questa la sensazione che provo leggendo Corona, quella di trovarmi in presenza di un narratore costretto a parlare una lingua “non sua”, per trasmetterci l’immagine di un mondo “non nostro”; come se il narratore si cimentasse in vari registri di lingua fino a trovare quello più adatto a trasmettere il suo messaggio.

Un esempio, a pagina 112,
Impiegò diverse ore a togliersi dalle rogne …
Né in seguito l’avrebbe palesato a qualcuno”...

   Il lettore rimane nel dubbio, e quando si trova ormai sull’orlo dello sconforto  :), ecco che lo scrittore scioglie le vele e lo porta lontano, oltre la linea d’orizzonte. Presi in un vortice, i sensi in agguato, sentiamo i boschi sbuffare sotto il peso della neve… gli ululati del vento che soffia nei flauti di roccia.
   In comunione con piante ed animali, ci sentiamo partecipi della grande e misteriosa voce del creato; e allora non ci stupiamo del “cra” del corvo imperiale, del “trrr trrr” del picchio nottambulo.

   Una sarabanda di suoni, parole, linguaggi, descrizioni, orripilanti e provocatorie, sentenze gettate come pietre contro il nostro senso critico, ma soprattutto, soprattutto, una forza travolgente che sveglia in noi l’eco di una linfa assopita e che ci fa riconoscere nell’albero, nel ruscello, nel creato, i nostri fratelli, fatti della stessa nostra essenza.

 DSC08035… [Le valanghe] correvano, andavano giù come cani arrabbiati, con le fauci spalancate, a mordere piante, levigare sassi, cavare zolle, disossare la terra raspandola fin dentro l’anima… (pagina 135)

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CORONA Mauro, La voce degli uomini freddi, Oscar Mondadori, 2016, Ristampa 7
Prima di copertina, splendido disegno di Matteo Corona

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Les montagnes d’Erto

La notte del 9 ottobre 1963 si compiva quella che passerà alla storia come Tragedia del Vajont. Furono più di 1900 i morti accertati, con vittime anche a Erto.

QUI un articolo di Sergio Gervasutti, scritto nel 2013, in occasione del 50° anniversario della tragedia.

QUI il sito dei sopravvissuti del Vajont

 

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